Amore dipendente


dipendenza_affettivaQuando un rapporto affettivo diventa un “legame che stringe” o, ancor peggio, “dolorosa ossessione” in cui si altera stabilmente quel necessario equilibrio tra il “dare” e il “ricevere”, l’amore può trasformarsi in un’abitudine a soffrire fino a diventare una vera e propria “dipendenza affettiva”, un disagio psicologico che è in grado di vivere nascosto nell’ombra anche per l’intera vita di una persona, ponendosi tuttavia come la radice di un costante dolore e alimentando spesso altre gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali.

Non ogni amore si esprime in una dipendenza, ma ogni dipendenza affettiva ha bisogno di un amore per radicarsi in una personalità.

CHI E’ REALMENTE INDIPENDENTE?

L’assoluta indipendenza forse non esiste… tutti abbiamo bisogno di qualcuno, ognuno di noi in qualche misura dipende dagli altri, per sentirci sostenuti o approvati, per avere conferme o sentirci ammirati… Si tratta di una “Dipendenza sana” o “naturale”, in quanto l’individuo necessita di una controparte umana per esistere, crescere e definirsi.
Per essere “sana”, la dipendenza deve essere funzionale per entrambi, quindi libera da vincoli che limitano il benessere di ciascuno. In realtà dovremmo parlare di INTER-DIPENDENZA, cioè delle relazioni di reciprocità affettiva che intercorrono tra gli individui. La dipendenza affettiva è ben altra cosa! E’ una forma estrema che diventa patologica.
Dunque, anche la dipendenza può avere manifestazioni sane e manifestazioni patologiche.

DIPENDENZA AFFETTIVA: DI CHE SI TRATTA?

Si tratta di una forma di amore patologico. La persona non è in grado di essere autonoma nel prendere le proprie decisioni, assume un comportamento di sottomissione rispetto agli altri, ha un bisogno continuo di rassicurazioni e funziona bene solo se qualcuno si prende cura di lei (Gabbard, 1995).
Queste persone di fronte alla solitudine sprofondano nel terrore, si sentono sole e indifese e vivono nel terrore di essere abbandonate. Per farsi ben volere sono disposte a fare cose spiacevoli e degradanti e, pur di stare nell’orbita dell’altro, possono accettare situazioni per chiunque intollerabili (Lingiardi, 2005).
Chi vive questo tipo di dipendenza attribuisce all’altro, ovvero all’oggetto d’amore, una importanza tale da annullare se stessi, mettendo da parte i propri bisogni e le proprie necessità. Tutto questo per evitare di affrontare la paura più grande: la rottura della relazione!

COME SI RICONOSCE?

L’amore dipendente si può riconoscere dalle seguenti caratteristiche:

  • è ossessivo e lascia pochi spazi personali (isolamento, devozione estrema…);
  • è tormentato dalla paura di perdere la persona amata (e di restare soli…);
  • è basato su continue richieste di assoluta devozione e di rinuncia da parte dell’amato;
  • è caratterizzato da una tendenza a ripiegarsi su se stesso e a chiudersi alle esperienze esterne per paura del cambiamento e per la necessità di mantenere fermi alcuni punti certi, soffocando qualsiasi desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto nella propria vita.

La Dr.ssa Norwood nel suo libro “Donne che amano troppo” afferma:

“Se mai vi è capitato di essere ossessionate da un uomo, forse vi è venuto il sospetto che alla radice della vostra ossessione non ci fosse l’amore, ma la paura; noi che amiamo in modo ossessivo siamo piene di paura: paura di restare sole, paura di non essere degne di amore e di considerazione, paura di essere ignorate, o abbandonate, o annichilite. Offriamo il nostro amore con la speranza assurda che l’uomo della nostra ossessione ci protegga dalle nostre paure; invece le paure e le ossessioni si approfondiscono, finché offrire amore nella speranza di essere ricambiate diventa la costante di tutta la nostra vita. E, poiché la nostra strategia non funziona, riproviamo, amiamo ancora di più. Amiamo troppo.”

COME SI DIVENTA PERSONE DIPENDENTI?

Quello che siamo oggi è il risultato di tante esperienze, ma soprattutto dell’imprinting avuto in età infantile. Abbiamo ascoltato, osservato, sentito, ma soprattutto abbiamo imitato quello che vedevamo fare dai nostri genitori, o da chi si prendeva cura di noi.

Le radici di questo disturbo sono primitive e infantili, ferite mai guarite. Sono basate sull’apprendimento di un rifiuto precoce legato alla propria inadeguatezza, e per questo si perpetuano nella relazione di coppia.

Il dipendente ama l’altro idealizzato, lo stesso amore che ha provato nella propria infanzia per un genitore irraggiungibile, che lo ha abbandonato, dal quale si è sentito tradito.

La dipendenza si alimenta e si nutre del rifiuto, della svalutazione, dell’umiliazione, del dolore: non si tratta di provare piacere nel vivere tali difficoltà, ma di dare corpo al desiderio di essere in grado di cambiare l’altro, di convincerlo del proprio valore, di salvarlo, riuscendo a farsi amare, si tratta di valutazioni errate che alimentano e mantengono il disturbo.

Questo comportamento è ulteriormente aggravato da una attribuzione di colpe che non si hanno: “io sbaglio e per questo lui si comporta in questo modo”, “se solo fossi meno gelosa tutto questo non succederebbe”, “se ha urlato e mi ha offeso così è perché io l’ho fatto innervosire, ho tirato la corda”

Tutto questo porta nel dipendente alla formazione di un circolo vizioso che si autoalimenta, ovvero totale perdita di autostima e di autoefficacia, allerta continua, terrore della perdita, che si manifesta con un senso di ansia costante e un aumento nel controllo nella relazione.

CI SI PUÒ DISFARE DI QUESTA DIPENDENZA?

Si è possibile!

La via di uscita è una sola: la presa di coscienza del problema e la volontà di liberarsene. Solo così è possibile liberarsi della dipendenza costruendo relazioni più sane.
Se ti sei riconosciuto del tutto o in parte nelle parole che hai letto, cerca l’aiuto appropriato per liberarti dalla dipendenza e metti in atto gli sforzi necessari affinché la tua vita prenda un’altra direzione.

Non è detto che sia facile, ma è possibile!



Informazioni su Dr.ssa Anna Bruno

Svolgo il mio lavoro come Psicologa e Psicoterapeuta in ambito privato. La mia formazione e la mia attività professionale si muovono intorno alla convinzione che l’esistenza sia una realizzazione personale, unica per ogni individuo. In questa ottica con lo psicoterapeuta si può avviare un percorso volto ad eliminare gli impedimenti personali al processo di autorealizzazione, a far emergere nuove e soddisfacenti modalità di stare in relazione con gli altri e di far fronte agli eventi della vita, a sostenere la persona nell’assunzione di responsabilità rispetto ai propri desideri ed ai propri bisogni, ristabilendo il contatto con le proprie emozioni che sono il mezzo attraverso il quale diventiamo consapevoli nei nostri interessi, di ciò che siamo e di ciò che è il mondo (Perls).